Il giorno in cui abbiamo allevato l'invisibile
GreenRoots Festival 2026. Badolato, un sabato di settembre
Nei giorni prima del festival non facevamo che guardare il cielo. All'inizio non per la pioggia, ma per il vento. Avevamo passato settimane a costruire un luogo che prima non esisteva: teli tesi contro il sole, una grande tenda centrale che sarebbe diventata il cuore di tutto. E poi è arrivato il vento, forte e ostinato, e restavamo svegli la notte convinti che si sarebbe portato via tutto quanto: i teli, la tenda, le settimane di lavoro di sei volontari e della nostra presidente, Roberta.
Ha tenuto. Tutto quanto. Il sabato mattina il vento si era placato, la tenda era in piedi, e la gente cominciava ad arrivare.
Roberta ha aperto la giornata, e l'ha aperta con onestà. Non siamo qui, ha detto, per dire a nessuno cosa deve fare. Siamo venuti a condividere qualcosa che abbiamo imparato con le nostre mani, nella nostra terra, e a capire insieme come funzionano davvero il suolo, le piante e tutto ciò che vive in mezzo. Viviamo in un momento in cui tutto sembra troppo: troppo grande, troppo lontano dalle nostre mani, ed è proprio questa sensazione che ci tenta a non fare niente. E per cosa, poi? Ma un senso c'è. Siamo responsabili delle nostre vite, dei nostri orti, dei nostri campi, e questo è già tantissimo. Un granello di sabbia fa venire voglia a un altro di aggiungere il suo. Il granello diventa un mucchio, e il mucchio diventa una rivoluzione. Ci credete anche voi, ha detto alla sala, altrimenti non vi sareste svegliati presto di sabato per venire a Badolato.
Poi è arrivato il momento della parola che avrebbe portato avanti tutta la mattina: compost.
Siamo andati insieme alla zona del compostaggio, quaderni alla mano, e abbiamo costruito lì, sul momento, una pila calda, strato dopo strato, spiegando ognuno di essi. Qualche giorno prima i volontari ne avevano costruita una seconda, così che quando abbiamo infilato il termometro ognuno potesse leggere il numero con i propri occhi. La lancetta era salita fino in fondo, nel calore della decomposizione attiva. Puoi parlare quanto vuoi di attività microbica, ma è un'altra cosa avvicinare la mano a un mucchio di materia morta e sentirlo emanare calore come un corpo vivo.
Dopo la pausa caffè è arrivata la parte che amiamo di più insegnare. Comincia, come comincia tutto, dalla fotosintesi, e da quel fatto strano e generoso per cui una pianta manda buona parte degli zuccheri che produce giù nel suolo, di proposito, per nutrire la vita intorno alle sue radici.
Da lì tutto il cast invisibile: batteri, funghi, protozoi, nematodi, ognuno dei nostri piccoli amici con i suoi attrezzi, i batteri con poco più di un cacciavite, i funghi con un'intera cassetta degli attrezzi, che si mangiano a vicenda e si passano i minerali finché non arrivano alla pianta che ha dato inizio a tutto. Ci sono state domande. Ci sono stati volti che cambiavano a metà di una frase. E poi la rizofagia: le piante che tirano dentro i batteri attraverso le radici, li digeriscono, e li lasciano andare di nuovo. Le piante, a quanto pare, non sono vegetariane. Raramente abbiamo visto una sala svegliarsi così in fretta.
Poi è arrivata la pioggia, forte a tratti, e non ha avuto la minima importanza, perché la tenda centrale ha fatto esattamente ciò per cui l'avevamo costruita. Sono rimasti tutti all'asciutto, e ad ascoltare, sotto il suo rumore.
Il pranzo è arrivato da un ristorante di Davoli: piatti del posto, generosi, il genere di cibo che tiene la gente a tavola più a lungo di quanto avesse previsto. E quell'attardarsi non è una pausa dal festival. è il festival: il parlare, lo scambiarsi storie, il formarsi silenzioso di legami che accade solo davanti a un piatto condiviso.
Il pomeriggio è stato prima di tutto di Giorgia Liberatidi Radici Connesse, venuta a parlare di estratti e tè di compost. Il suo punto di forza è stato che niente è rimasto sulla teoria. Lavora nel nord Italia, e ha portato numeri: risultati veri su vite, kiwi, perfino olivi. Le domande le sono arrivate addosso come una piccola tempesta, e a ognuna ha risposto, finché la gente non solo ascoltava ma proponeva i propri esperimenti. È diventata una conversazione.
Poi abbiamo chiuso la parte didattica della giornata con l'argomento a cui Terranima non riesce a smettere di pensare: il parallelo tra la microbiologia del suolo e quella del nostro intestino. Alla lavagna abbiamo disegnato i due apparati digerenti uno accanto all'altro. Quello della pianta comincia fuori di sé, negli zuccheri che offre ai microbi intorno alle radici, così come il nostro comincia in bocca; i primi vermi e insetti che scompongono la materia sono una specie di denti. E poi la frase che tende a colpire più forte: spruzziamo antibiotici sui nostri campi, diverse volte l'anno, e poi ci chiediamo perché il suolo dimentica come si digerisce.
Così abbiamo concluso con una domanda nostra. Come si cambia davvero tutto questo? Da dove si comincia, anche solo? C'era chi era certo che queste pratiche non potessero mai funzionare su larga scala. Altri rispondevano che già funzionano, e portavano esempi. E poi una partecipante ha proposto qualcosa di semplice e concreto: un gruppo di noi, un pezzo di terra, una prova condivisa, per imparare insieme e dimostrarlo insieme. Alla fine ci si è scambiati i contatti, e due agricoltori del posto hanno deciso di provare questi metodi sulla propria terra, insieme a Terranima e Giorgia: uno con olivi e agrumi, e un altro che coltiva appena fuori Badolato. Da quell'ultima ora sono uscite idee che speriamo davvero mettano radici nelle prossime settimane.
Alcune delle persone sotto la tenda erano state con noi l'anno prima, e ci hanno raccontato, sottovoce, che il festival aveva cambiato il modo in cui lavorano la loro terra: che erano tornati a casa, avevano provato i preparati, e li avevano visti funzionare.
Siete stati meravigliosamente chiari, trasmettendo la vostra conoscenza in modo semplice e amorevole per ispirarci a iniziare e continuare. Grazie di cuore. — una partecipante
Poi la giornata ha cambiato forma. Tre sessioni hanno fatto da ponte tra la parte di studio e la sera: danza con Yamila, yoga con Giuseppe, e un incontro con Lorena che intrecciava il movimento alla scrittura. È stata la cerniera, dove il laboratorio si ammorbidiva in qualcosa di più condiviso, di più fisico. E la parte conviviale si è costruita da sola, come sempre succede alle cose migliori. Chi aveva passato la giornata al corso è rimasto. Chi è arrivato solo nel pomeriggio si è unito, compresi alcuni che non erano riusciti a trovare posto al laboratorio ma non volevano perdersi la rigenerazione sociale.
La pizza, dal forno a legna, è piaciuta. La musica è piaciuta. Le luci appese tra gli olivi sono piaciute. Bambini, persone più anziane, un cane o due, agricoltori, semplici curiosi: tutto si è intrecciato in un'unica sera di musica, balli e buona compagnia sotto gli alberi.
Era bello fermarsi a guardarlo. E si vedeva che anche le persone lì lo sentivano.
Questa giornata l'avevamo costruita per riparare la gente dal sole e dalla pioggia, e così è stato. Ma ciò che stavamo costruendo davvero era un luogo in cui prendersi cura, allo stesso tempo, del suolo e delle persone: un luogo in cui non serve essere già agricoltori per sentirsi a casa.
Se qualcosa di tutto questo ti fa venire voglia di esserci la prossima volta: bene. Vieni. Terremo le luci accese tra gli olivi.
Le fotografie della giornata sono di Yami Gardeliando. Grazie, Yami, per averci fatto rivivere tutto.














